Arrivano i BARANG

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Siamo da due ore seduti al sole pochi metri dopo la terra di nessuno tra Laos e Cambogia. Il bus VIP, aria condizionata e Wi-Fi che sarebbe dovuto essere lì era in ritardo di mezz’ora un ora e mezza fa. Raffaella ha già incontrato i primi cambogiani, una “banda” di bimbi che gestisce le uniche toilette disponibili. Un gruppetto, i più piccoli sui 5 o 6 anni, la più grande ne avrà 9 o 10. Sbarra la porta a Raffi e le dice -No money, no toilet- Riel non ne abbiamo, 10$ per una pipì sembrano parecchi dunque il pensare creativo potrebbe tirarla fuori dall’impasse, tira fuori l’aereoplanino gonfiabile regalo della Turkish Airline ( a cui auguriamo tutto il bene del mondo, vedi: il viaggio che non faremo mai LINK ) comincia a gonfiarlo davanti a loro e mentre l’aria entra dalla valvola gli occhi della banda cambiano espressione da – cosa fa questa matta?- a – ah ! E’ un aereo!- Raffi lo porge alla capobanda proponendo il baratto con lo sguardo più dolce che ha. Ora i più piccoli fissano la capetta con aria implorante, muti sembrano dire – accetta, accetta- ma la sentenza inclemente della piccola megera è una sconfitta per Raffi come per i piccoli.

-No money, no toilet-

Questa scenetta tragicomica ci da’ subito un avangusto di come siamo percepiti dove stiamo andando. Siamo dei barang.

Barang non è un offesa vuol dire semplicemente francese in lingua khmer. I francesi sono stati anche qua per un bel po’ costruendo case, città, ponti, hanno fatto affari, sfruttato un po’ (come tutti i colonizzatori) vissuto accanto ai cambogiani e poi, malgrado loro, se ne sono andati.

Quando il primo bianco si è rifatto vivo i khmer semplicemente l’hanno riconosciuto. Era un barang. Da allora tedeschi, olandesi, francesi o italiani per loro siamo tutti barang e se pure questo non sia minimamente un offesa una cosa è sicura, il valore di cose e servizi semplicemente raddoppia appena è un barang ad entrare dalla porta.

Sul primo bus abbiamo fatto conoscenza con una famiglia di laossiani che abitano in Canada da 20 anni è la prima volta che tornano ed i figli adolescenti, pur parlando il lao, non c’erano mai stati. Il padre è piccoletto, ha lo sguardo vispo e nell’immancabile campetto di bocce (la petanque come si gioca a Marsiglia è un altro regalo dei francesi a questa parte di mondo) vicino al posto di frontiera ha strabiliato Max con dei tiri di precisione facendo schioccare e saltare le bocce di ferro. Un abilità appresa da bambino nel suo paese che non gli è servita molto in Canda ma che ci ha occupato qualche minuto dell’interminabile attesa. E’ il primo Lao con cui riusciamo davvero a conversare e lo facciamo in francese, il suo ha l’accento e il gergo misto all’inglese della gente del Quebec canadese il che lo rende particolarmente buffo. Il francese parlato in Canada ha un suono tutto particolare e un po’ ridicolo, sta alla sua lingua originale come il barese caricaturale di Lino Banfi sta all’italiano.

Nemmeno lui pur parlando la lingua è riuscito ad avere qualche informazione su chi e quando ci dovrebbero venire a portar via dalla frontiera ed ora è incazzato come una biscia per come laossiani e cambogiani gestiscono – il business – . Lo dice proprio così con l’accento ed il pragmatismo di un nord americano nonostante l’aspetto sud asiatico.

Una gruppetto di 5 signore spagnole riesce ad accaparrarsi l’unico minibus disponibile e a partire sotto uno sguardo d’invidia generale.

Finalmente anche per noi arriva un bus, accosta e senza dire niente a nessuno carica zaini e bagagli, saremo una quarantina ci guardiamo l’un l’altro poi diligentemente saliamo, infondo lì ci siamo solo noi, i superstiti del bus che viene dalle 4000 isole. Non è il bus VIP promesso, non ha neanche il WiFi ma i 10 gradi in meno tra dentro e fuori sono l’unico lusso di cui abbiamo veramente voglia.

E’ ancora lunga ma la strada se pur non straordinaria è almeno d’asfalto. Per qualche ora si va poi entriamo in un piazzale e l’autista spegne il motore e scende, ancora nessuna indicazione. Siamo tutti seduti finché 2 gruppetti scendono dubbiosi con le stesse movenze circospette delle galline che escono da un pollaio.

Il primo è quello dei fumatori, il secondo quello di quelli che non la tengono più (del quale Giordano è l’avanguardia). L’orario è tardi per il pranzo e troppo presto per la cena ma scopriamo che la tappa è per mangiare e gli ultimi ad ordinare all’unico punto di ristoro vivono lo stress di non aver la loro pietanza a tempo, frustrazione aumentata dalla flemma dei cambogiani che preparano refrattari alla pressione di questi barang in vacanza, scopriranno quanto i nostri parametri qui non valgano, il pullman non ha una tabella di marcia da rispettare, semplicemente andrà in moto magicamente appena l’ultimo cliente del ristoro avrà finito di mangiare.

L’altro insegnamento lo ricevono le signore che ci avevano superato acchiappando il minibus quasi un’ora prima dell’arrivo del nostro bus. Ebbene capolinea dello stesso è il ristoro e hanno dovuto aspettare noi per proseguire fino a Siem Reap. In sud est Asia le scorciatoie non esistono.

Siem Reap si trova a qualche chilometro dai siti archeologici di Angkor Wat. Le attese sono altissime fra tutti noi. Qualche anno fa Giordano ha buttato svariate notti a giocare ad un videogioco, Tomb Raider (poi diventato un film davvero in-interessante) dove l’eroina con le trecce e due pistole alla mano saltava su è giù da templi abbandonati in mezzo alla giungla, proprio questi. Angkor è la struttura religiosa più grande al mondo, 16 ettari, un immenso tempio dedicato a Vishnu ed altri 72 tra grandi e piccoli sono sparsi in un area di una 30ina di chilometri attorno.

pubstreet_1280x960Il bus entra a Siem Reap verso le 21 ma sta volta abbiamo prenotato la prima notte giusto per essere sicuri, poi domani si vedrà. Appena aperte le porte siamo assaliti da guidatori di tuc tuc, uno sciame rumoroso che cerca di accaparrarsi il barang prima ancora che scenda. Qui i tuc tuc sono ancora diversi. Non sono più dei tre ruote ma dei carretti agganciati ad un motorino. Solo noi con gli zaini siamo praticamente in 6 o 7 più la famiglia conosciuta sul bus che non avendo un posto ha deciso di seguirci. Si tratta, si trova un accordo, saliamo e ci seppelliamo sotto gli zaini il guidatore non è ancora in sella e quando molla il motorino tutta la baracca si impenna e siamo tenuti giù da un suo collega che si butta sul sellino. I nostri nuovi amici stanno ancora trattando e il tizio ha fretta di andare ma lo vediamo dubbioso parlare con altri allora gli chiediamo in tutti gli scampoli di lingue che conosciamo se sa dove andare nel nostro personalissimo esperanto fatto di mani, inglese francese e ferrarese. Il nome del albergo non lo conosce (o chissà come noi lo pronunciamo) per sicurezza gli mostriamo l’indirizzo dalla prenotazione sul nostro tablet. Lo vediamo guardare lo schermo come si guarda un acquario alla ricerca del pesce che si è nascosto poi fa un -Shhi, nii. Sì- con la testa. Col dito puntiamo sull’indirizzo ma il suo sguardo è sempre a guardare un chilometro più in là ma dentro allo schermo. – Cazzo Raffi! Ma questo non sa leggere e non sa neanche dove portarci – In effetti in questi posti è sempre meglio avere una cartina in tasca e puntare col dito la vostra meta perché gli autisti di tuc tuc vi diranno sempre -Sì!- anche quando non hanno capito, poi partiranno in una direzione a caso aspettando che voi diate direzioni che non darete credendo che lui abbia capito. Insomma la cosa potrebbe allontanarvi parecchio dalla meta.

-Tutti giù!-

Max e Mael chiedono cosa succede -perché scendiamo? Voleva troppi soldi?Adesso?- Adesso non lo sappiamo ma l’altro tuc tuc con la famiglia Lao/Canadese è pronto a seguirci e noi di nuovo a piedi. Alla fine uno dei moto-autisti si ricorda e dice all’altro di seguirlo, saliamo con lui e il nostro giro notturno in moto carrozza può cominciare meglio non guardare troppo come guida e godersi l’aria.

massaggi1Dol_1279x960A questa velocità supersonica, non supera i 30 km\h, ci vuole un po’. Il nostro albergo super economico (così economico che abbiamo allertato i nostri nuovi amici svariate volte che c’è un reale rischio che sia una topaia) ieri sera aveva un sacco di camere libere ma appena scarichiamo le valige una persona ci viene incontro dalla reception sventolando le mani – Full! Full!-

-Pieno? Ma come pieno? Abbiamo anche scritto che arrivavamo verso le 22-

-Full! Full!- Gli mostriamo la prenotazione ed è subito chiaro che qui funziona primo arrivato, primo servito. Giordano sta prendendo d’acido, la sua logica occidentale gli fa ancora credere che una prenotazione è sacra. In due si confrontano e parlano in khmer, seri, poi uno si volta, ci guarda sorridente e ci porge una chiave -Loom… loom,loom- . La Family Room prenotata è nel cortile.

Piano terra senza finestre, ci sono 2 letti a castello vicinissimi ed una luce triste ma di un triste che triste bisognerebbe scriverlo con tre i. Chissà chi dorme nella vera Family Loom delle foto del sito?!

Max cerca di tirarci su -Wow, c’è il ventilatore!- Anche con tutta la sua buona volontà altri lati positivi proprio non ne trova. Per fortuna abbiamo fame – Dai rinfrescatevi che andiamo a mangiare-

-Mammaaa. Non c’è il lavandino- Mael ha scoperto il bagno o meglio, la doccia col water sotto.

birraSiamo in un area pienissima di guest-house, albergetti e ristoranti con menù enciclopedici con le foto dei piatti. Saziati torniamo alla nostra family loom per fortuna siamo stanchi, ventilatore al massimo e il sonno arriva presto. Non prima del sarcasmo estense di raffi -Ma per 8$ vot anch durmir?- In effetti gli inglesi dicono giustamente -Hai quello per cui hai pagato-
Domani mattina i 4 barang vi portano ad Angkor Wat mi raccomando voi … seguiteci

3 comments on “Arrivano i BARANGAdd yours →

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  1. In una situazione come quella da voi appena vissuta, avere ancora voglia di fare del sarcasmo è un’ottima cosa! Fatto in ferrarese poi…..
    So che probabilmente voi avrete riso un po’ meno di me ma questo racconto mi ha fatto spanciare!
    Attendo le nuove avventure di Angkor Wat.
    Un abbraccio!