Chiang Rai

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Il viaggio è più veloce di questo blog. Anche se cerchiamo di ritagliarci delle giornate “normali” per riposarci, fare un po’ di scuola, mettere in ordine le nostre cose e scrivere un po’, capita sempre qualcosa che a casa è banale, come prendere il bus giusto o scegliere cosa mangiare qui è sempre una piccola avventura. Qui, ora, è la città di Chiang Rai l’ultima nostra tappa in Thailandia siamo nel nord a pochi chilometri da qui c’è il Triangolo d’oro una terra a cavallo di Laos, Thailandia e Birmania famosa per l’oppio. Oggi non c’è molto da vedere lì.

Chiang Rai è moderna anch’essa, delle vecchie città è rimasto davvero poco in questo paese. Le case tipiche erano di legno e così bastano pochi anni di abbandono (come è successo ai nostri centri storici) perché non ci sia più nulla da salvare. Per questo fatto i centri non sono bellissimi, mercati e ancora mercati. Negozi pieni, stipati che ci si chiede chi la faccia tutta quella roba. La sera, una strada viene chiusa e si trasforma in night market. Si passeggia su e giù tra le bancarelle che sono comparse in un attimo alle 18 e che spariranno velocemente alle 23. In una piazza c’è un grande palco dal quale un orchestra suona musica Liscio/Pop. Raul Casadei e figli qui avrebbero un mercato interessante da conquistare. Tutto a attorno baracchini col cibo. Ci si serve da uno a caso e poi si va a mangiare sui tavolini in mezzo alla piazza con lo sfondo di un 3/4 incalzante.

Una mattina decidiamo di affittare due scooter e andare a cercare delle fonti di acqua calda a 20km dalla città. La strada è buona e dopo un po’ che viaggiamo Max mi grida – Ho visto un elefante!- Raffaella e Mael si sono già fermati così torno un poco indietro per vedere anch’io uno dei miei animali preferiti.elefante Sull’altra sponda del fiume che costeggiamo c’è una pergola e sotto stanno tranquilli 5 o 6 elefanti. C’è un ponte poco più avanti dunque decidiamo di vederli da più vicino. Sono legati con una catena dalle zampe al collo, in modo che un passo li strangoli quel po’ che basta a far passare la voglia di correre e poi ad un palo. L’impressione è che potrebbero sradicarlo facilmente se volessero. Invece stanno lì, privati dell’anima. La tecnica che usano i mahout per ammaestrarli, il Phajaan, si chiama proprio così ed è una delle più crudeli forme di addestramento di animali. Con pungoli appuntiti si costringe l’animale a rispondere in una sola maniera ad un dato comando così che persino “noi turisti” possiamo guidarli dopo una breve spiegazione di 5 minuti. In più invece di passare la giornata nel fango a giocare portano una cesta con 4 persone così la loro pelle non è protetta dal fango del fiume e sviluppano malattie che ne accorciano notevolmente la vita. Noi non siamo particolarmente impegnati o animalisti ma anche se arrivando qui desideravamo davvero tanto farci un giro sopra abbiamo deciso di evitarlo. Avendo imparato qual’è la loro vita è impossibile essere indifferenti. Questo grosso e pur bell’elefante ci guarda senza muoversi con le zanne spuntate, rassegnato a non avere più un anima. Quando Raffaella gli tende la mano lui subito allunga la proboscide come per stringergliela in un saluto ma è solo alla ricerca di qualche caramella, unica soddisfazione di una vita senza libertà. Questo animale è così diverso dai suoi cugini che abbiamo visto nella savana del Kenya solo pochi giorni fa. Per loro eravamo quasi invisibili, passeggiavano liberi sicuri di essere potenti e rispettati persino dai leoni. Eppure la magnificenza e potenza sono ancora lì che aspettano di essere liberati. Se venite da queste parti anche voi non ci andate.

Riprendiamo la strada alla ricerca delle fonti di acqua calda fino a trovare un recinto blu con delle terme un po’ improvvisate davvero niente spettacolare, il panorama fino a qui è stato più bello. A soli 4km da li ci sono delle cascate allora si procede ancora dritto. La strada cambia, diventa di cemento e comincia a salire poi finisce anche il cemento e comincia lo sterrato anzi, il fango visto che è la stagione delle piogge. Sentiero o pista ci porta dentro la foresta verde e fitta. Saliamo e scendiamo tra colline strette e in quello stretto spazio ci sono piccole risaie di colori diversi dal rosso della terra appena preparata al verde fluorescente dei germogli. E’ il nostro primo assaggio di foresta e di campagna anche se siamo qui da 3 settimane. Arriviamo in un piccolo villaggio fatto di case di legno e di bambù. Fermiamo i motorini e facciamo un giro.chiang rai scooter 1 Veniamo accolti da un piccolo cane bianco molto nervoso e da due bambine di 3 o 4 anni che ripetono come una canzoncina – Hello,hello,hello- la madre fa segno ad una di sistemarsi la gonnellina e lei si alza in piedi la stira un po’ con le mani e poi sorridendo continua -Hello, hello, hello-. Non c’è altro da vedere. Un piccola chiesa o missione cristiana ma nessun altro nei paraggi. E’ impossibile proseguire oltre la strada sale troppo ed è davvero pessima torneremo indietro. D’altronde i 4 hanno già dimostrato di saper improvvisare. Torniamo verso la città e facciamo una sosta sul prato-tappeto del Singa Parksinga ma c’è un altra cosa da vedere che cambierà, di nuovo, la nostra percezione del buddismo: il Tempio Bianco opera dello stesso artista della rotonda che Max e Mael vi mostrano nella loro rubrica (è qui) … ma voi ci arriverete domani intanto … seguiteci.

3 comments on “Chiang RaiAdd yours →

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  1. Poveri elefanti, che compassione! Perché l’essere umano riesce ad essere tanto crudele???
    Mah…..Comunque bravi per non essere saliti su quel povero animale, anch’io avrei avuto la vostra stessa reazione.
    Resto in attesa di vedere il “Tempio Bianco”!

    P.S. – Raffy sei fighissima con casco e occhiali da centauro.